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IL DIRITTO ALLA CASA È DIVENTATO UN PRIVILEGIO: GRADUATORIE DISCUTIBILI, IMMOBILI PUBBLICI VUOTI E AFFITTI IMPOSSIBILI

Trovare una casa è diventato un problema sempre più grave, non soltanto per chi vive in povertà, ma anche per anziani soli, persone con disabilità, famiglie e lavoratori che, pur percependo uno stipendio, non riescono a sostenere i costi di affitti sempre più alti. Una situazione che impone una riflessione seria sulle responsabilità delle istituzioni e su un mercato immobiliare che sembra ormai escludere proprio chi avrebbe più bisogno di maggiore accessibilità.

Partiamo dalle case popolari. È giusto tutelare le famiglie numerose, ma non si rischia di penalizzare chi, pur vivendo solo, si trova in condizioni di estrema fragilità? Un anziano con una pensione minima; o una persona con disabilità possono avere necessità altrettanto urgenti. Il bisogno abitativo non si misura soltanto dal numero dei componenti di una famiglia, ma anche dalle condizioni economiche, dalla salute e dalla possibilità di vivere autonomamente. Servono criteri più equilibrati, graduatorie trasparenti e assegnazioni comprensibili. Sono fin troppe le segnalazioni relative a parenti che sembrerebbero disporre di più alloggi nello stesso stabile, mentre altri attendono per anni: non è lecito che a quest'ultimi sorga qualche "piccolo" dubbio in merito? Parliamo di quei sistemi che tutti conoscono per cui la casa si ottiene attraverso i solito giro di amicizie e parentame; ma su cui nessuno interviene mai, altro che trasparenza!

È altrettanto difficile accettare che immobili pubblici rimangano inutilizzati mentre un numero ormai spropositato di persone restano senza una casa. Certamente, alcuni edifici necessitano di lavori o verifiche tecniche, ma perché non censirli, valutarne i costi di recupero e stabilire tempi certi per il loro riutilizzo? Lasciare immobili recuperabili senza un progetto significa sprecare risorse che appartengono alla collettività.

Sul mercato privato la situazione è altrettanto preoccupante. Gli affitti hanno raggiunto livelli assolutamente incompatibili con gli stipendi ordinari e, fra bollette spese quotidiane e anche contrattempi, perché purtroppo ogni famiglia vi incorre, anche chi lavora regolarmente fatica a mantenersi autonomo. A peggiorare il quadro è la diffusione degli affitti brevi, delle case vacanza e dei B&B. Ormai sembra che chiunque disponga di un appartamento possa improvvisarsi operatore turistico, spesso senza avere una reale esperienza del settore, affidandosi a piattaforme, intermediari o società di gestione. Naturalmente esistono operatori seri e attività regolari, ma è necessario chiedersi se sia sostenibile che sempre più immobili vengano destinati ai soggiorni turistici mentre residenti, lavoratori e famiglie non riescono a trovare una sistemazione stabile. Quando la prospettiva di guadagno attraverso soggiorni brevi, appare più conveniente di un contratto residenziale, il mercato rischia di sottrarre ulteriori opportunità a chi cerca una casa in cui vivere. Servono controlli, rispetto delle regole e politiche capaci di tutelare l'equilibrio fra turismo e residenza.

Ma c'è un altro aspetto ancora più sconcertante: le garanzie richieste a chi cerca casa. Negli annunci si leggono sempre più spesso condizioni restrittive: contratto a tempo indeterminato, reddito elevato, garante economicamente solido e, ultimamente una "preferenza" esplicita per dipendenti pubblici o statali, talvolta addirittura soltanto se appartenenti alle fasce di reddito più alte. È comprensibile che un proprietario voglia tutelarsi dal rischio di morosità, ma la legittima tutela del proprietario non può trasformarsi in una selezione sociale che esclude chi non possiede già un patrimonio, un garante facoltoso o il contratto di lavoro considerato perfetto.

Un lavoratore autonomo con entrate documentate vale forse meno di un dipendente statale? Un dipendente privato che paga regolarmente le proprie spese deve essere considerato meno affidabile soltanto perché non ha un posto pubblico? E chi vive nel precariato, pur potendo sostenere un canone ragionevole, deve essere escluso in partenza? In pratica, oggi non basta poter pagare: bisogna dimostrare di appartenere alla categoria di inquilino preferita, una forma di classismo che discrimina le persone in base alla professione che svolgono e alla posizione economica che ricoprono, trasformando il lavoro e il reddito in criteri di selezione sociale.

Anche i canoni meritano una riflessione concreta. Perché non discutere strumenti più efficaci per contenerli, anche attraverso parametri al metro quadrato che tengano conto della zona, delle condizioni dell'immobile e dei redditi locali? Un tetto generalizzato per tutti gli affitti privati richiederebbe valutazioni approfondite, ma è possibile rafforzare limiti e incentivi nei programmi pubblici e convenzionati. Persino gli affitti a canone concordato, spesso presentati come una soluzione accessibile, non sono sostenibili per chi percepisce uno stipendio modesto. Servono maggiore trasparenza, verifiche sul rispetto degli accordi territoriali e controlli sulla correttezza degli importi richiesti.

La casa non può diventare un privilegio riservato a chi è già economicamente garantito, né un mercato nel quale si viene giudicati non soltanto per la propria capacità di pagare, ma per la solidità economica che si possiede già. Le istituzioni devono intervenire con misure concrete, perché vivere dignitosamente non dovrebbe essere un lusso concesso soltanto a chi può permetterselo senza difficoltà.


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