


Non occorre certo essere dei geni per capire che imporre nuovi costi e obblighi ai proprietari di monopattini privati non avrebbe risolto il problema dei mezzi di sharing abbandonati per le strade di Roma. Bastava osservare la realtà e chiedersi, per una volta, che cosa sarebbe successo dopo aver scritto la norma.
A Roma il problema era e continua ad essere sotto gli occhi di tutti: monopattini di sharing lasciati sui marciapiedi, davanti agli ingressi, sulle strisce pedonali, persone che li utilizzano in due, comportamenti pericolosi e regole spesso ignorate. Eppure, invece di concentrarsi su chi crea questo disordine, si è scelto di penalizzare ancora una volta chi possiede privatamente il proprio mezzo. Si è scelto come da prassi ormai consolidata di intervenire sulla parte più facile da controllare: il cittadino.
Basta fare una semplice riflessione: secondo voi chi ha comprato un monopattino con i propri soldi per andare al lavoro, raggiungere la metro o evitare di utilizzare l'automobile ha interesse a lasciarlo buttato in mezzo a un marciapiede? Dalla risposta ovvia non si può ceh dedurre che il problema riguarda soprattutto lo sharing e il comportamento di chi utilizza questi mezzi senza rispettare le regole.
Ed è lì che bisognava intervenire.
Le società di noleggio avrebbero dovuto essere responsabilizzate direttamente sulla gestione dei propri mezzi, con obblighi precisi di rimozione e sanzioni quando gli abbandoni diventano sistematici. Chi prende un monopattino a noleggio, invece, deve poter essere identificato e sanzionato se viola le norme rispondendone personalmente.
Una parte del problema si sarebbe potuta eliminare anche alla fonte, obbligando le società a utilizzare applicazioni che impediscano di terminare il noleggio nelle zone vietate. Se il sistema sa dove si trova il monopattino, può sapere anche dove viene lasciato.
E poi servivano controlli veri. Perché non è accettabile che il cittadino romano debba affrontare nuovi obblighi e nuove spese mentre chi arriva in città per qualche giorno, prende un monopattino a noleggio e spesso lo utilizza senza rispettare le regole e senza conseguenze. Roma deve essere accogliente con i turisti, ma l'accoglienza non significa che le regole valgano meno per chi è in visita.
Anche sull'assicurazione si è scelta una strada che non tiene conto della realtà. Prevedere una copertura obbligatoria può essere giusto, ma era facilmente prevedibile che imporre un'assicurazione senza stabilire un limite al prezzo avrebbe potuto trasformarsi in un costo eccessivo. Per capirlo non serviva un economista: bastava un bambino per intuire che, se rendi obbligatorio un servizio e lasci completamente libero il suo prezzo, qualcuno finirà per pagarlo molto più di quanto possa permettersi.
Si sarebbe potuto creare un sistema pubblico con una copertura standard e un tetto massimo, ad esempio 50 euro all'anno, sul modello di altri servizi gestiti dall'amministrazione del Comune. In questo modo si sarebbe garantita la copertura assicurativa senza trasformare un mezzo nato anche per risparmiare in una spesa assolutamente scandalosa, che oggi permette alle società assicuratrici di lucrare su un obbligo imposto per legge, trasformandolo in un'occasione di profitto a danno dei cittadini.
Un modo come un altro per complicare la vita ai romani e privarli di un ulteriore risorsa e senza risolvere il problema del disordine in città.
Chissà se, in futuro, la politica avrà la buona abitudine di chiedersi, prima di scrivere una norma, non soltanto come appare sulla carta, ma che cosa produrrà davvero nella vita reale. Perché è proprio quando una disposzione esce dai palazzi e arriva nella vita dei cittadini che si capisce se è stata pensata per risolvere un problema; o semplicemente per crearne un altro, cosa quest'ultima che era fin troppo facile prevedere