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Emergenza ombra: tassa sulle ciglia finte, hanno superato i limiti di legge!

Ho una proposta per il legislatore italiano, sempre alla ricerca di nuove entrate: estendere la tassa sull'ombra anche alle ciglia finte. Del resto, se in passato si è arrivati a chiedere ai commercianti di pagare per l'ombra proiettata dalle tende e dalle insegne sui marciapiedi, non vedo perché non si possa applicare lo stesso principio a certi apparati ciliari che, più che incorniciare gli occhi, sembrano volerli proteggere dalle intemperie. Ci sono ciglia talmente lunghe, folte e strutturate che potrebbero garantire ombra a un'intera famiglia. Altro che occupazione abusiva del suolo pubblico: qui siamo davanti a un vero e proprio abuso di spazio aereo.

Naturalmente è una provocazione, ma osservando l'evoluzione dell'estetica contemporanea viene da chiedersi se non sia arrivato il momento di aggiornare anche il codice delle costruzioni. Perché quella che un tempo chiamavamo bellezza oggi somiglia sempre più a un'opera di assemblaggio.

Da uomo, confesso che a volte faccio fatica a orientarmi. Le ciglia sono finte, le unghie sono finte, i capelli spesso sono in parte aggiunti, le labbra vengono gonfiate, gli zigomi ridisegnati, i denti sembrano usciti da uno stampo industriale. Il seno può essere aumentato, i glutei modellati, la pelle colorata senza aver mai visto il sole. Persino il fondoschiena, un tempo affidato alla genetica e alla palestra, oggi può contare su imbottiture, cuciture strategiche e pantaloni dalla straordinaria capacità diplomatica: riescono a convincere chiunque che la realtà sia un'altra.

Poi ci sono le unghie, autentiche opere di ingegneria civile, che rendono un'impresa aprire una lattina o raccogliere una moneta. Le extension, che aggiungono metri alla capigliatura. Le sopracciglia disegnate come due pezzi di moquette e con una precisione che neppure un architetto alle prese con un progetto esecutivo. E tacchi così alti che, più che camminare, bisogna negoziare con la gravità.

Anche l'abbigliamento non è da meno. Reggiseni che promettono aumenti volumetrici, body che ridisegnano la geografia del corpo, guaine che comprimono tutto ciò che non deve essere visto, pantaloni che sollevano ciò che deve essere mostrato. Vestiti che costruiscono una silhouette e scarpe che aggiungono centimetri. Insomma, non sempre ci si veste per coprirsi: spesso ci si veste per correggere, aggiungere, sottrarre, simulare. E poi ecco la sorpresa: quando arriva il momento di spogliarsi, si smonta tutto il cantiere, si tolgono le extension, le ciglia, le imbottiture, le protesi estetiche, i tacchi e gli ultimi centimetri di costruzione e, di tutta quella femminilità confezionata, ti resta Ugo. Che magari è pure simpatico, ma non era esattamente quello che avevi rimorchiato!»

Il fenomeno sarebbe anche divertente, se non fosse diventato così diffuso da suggerire una riflessione meno leggera. Non c'è niente di male nel voler migliorare il proprio aspetto, giocare con la moda o concedersi qualche ritocco. Il problema nasce quando la trasformazione diventa un obbligo non dichiarato, quando il naturale viene percepito come insufficiente e ogni segno della vita come qualcosa da cancellare.

Perché dietro quelle ciglia che fanno ombra per due lettini in spiaggia, quelle labbra che occupano spazio e quei corpi continuamente ridisegnati c'è una domanda che non riguarda soltanto le donne. Riguarda tutti noi: che società stiamo costruendo, se il nostro valore sembra dipendere sempre più da come appariamo e sempre meno da ciò che siamo?

La cosa paradossale è che, nel tentativo di essere unici, stiamo diventando tutti uguali. Gli stessi visi, gli stessi volumi, gli stessi sorrisi, gli stessi modelli da inseguire. Una diversità confezionata in serie.

Forse dovremmo cominciare a preoccuparci non tanto delle ciglia finte, quanto del fatto che stiamo perdendo la capacità di riconoscere e apprezzare ciò che è autentico

E se proprio si dovesse introdurre una nuova tassa, proporrei qualcosa di diverso: un'imposta sull'insicurezza, da far pagare a chi la produce, la alimenta e soprattutto la vende.


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