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“Il suono delle verità nascoste nello spettacolo Il berretto a sonagli. Gino Auriuso porta Pirandello allo Spazio Diamante di Roma”

Con Il berretto a sonagli, in scena il 13 e 14 ottobre allo Spazio Diamante di Roma, Gino Auriuso firma una regia che interroga il nostro presente attraverso uno dei testi più taglienti di Pirandello. La compagnia Artenova mette così in scena un universo astratto e inquieto, dove la casa borghese si trasforma in prigione e i personaggi si muovono in un equilibrio instabile fra apparenza e verità. In questa intervista, Auriuso espone la sua visione di un teatro che non offre certezze, ma domande; che scuote, scava, e restituisce alla scena tutta la sua potenza scomoda e necessaria. A condividere con lui il palco, un cast di attori che rinnova con energia uno dei testi più famosi del drammaturgo siciliano: Irma Ciaramella, Ivano Falco, Marina Zanchi, Ottavia Orticello e Gioele Rotini. Le scenografie e i costumi sono firmati da Francesca Serpe, mentre il disegno luci è realizzato da Roberto Di Lorenzo.

Cosa l'ha motivata a rileggere Il berretto a sonagli con uno sguardo contemporaneo?

«Questo straordinario testo di Pirandello, pur avendo più di un secolo di vita, risuona con inquietante attualità. Nella mia lettura, emerge chiaramente una tematica legata al femminicidio: alla fine, è una donna a essere sacrificata per ristabilire l'ordine, affinché la vita degli altri possa proseguire senza scosse. È un meccanismo che oggi, più che allora, riconosciamo tristemente nelle cronache quotidiane.

Un altro elemento centrale è la falsità, oggi amplificata dal mondo virtuale. Viviamo in una continua messinscena digitale, deformati da una realtà che assomiglia sempre più a un reality show permanente».


Quali elementi del testo pirandelliano ha ritenuto più urgenti da riportare oggi in scena?

«Le convenzioni ipocrite che ci tengono insieme come società. La "corda civile", come la chiama Ciampa, è ciò che ci consente di convivere, ma a caro prezzo: la verità viene compressa, la realtà falsata. Pirandello descrive tre corde dell'animo umano, e oggi più che mai, la vita reale è vissuta in modo artefatto, mentre quella virtuale dei social diventa assurda, estrema, a volte folle».


Nel suo allestimento, il salotto borghese si trasforma in una "gabbia simbolica". In che modo ha lavorato sulla scenografia per rendere visibile questa prigione esistenziale e sociale?

«Ho scelto una scenografia fatta di trasparenze e oggetti bianchi, neutri, asettici. Tutto è freddo, immobile: l'ambiente perfetto per un incubo. Non c'è colore, non c'è calore. Ma la vera gabbia è nella mente dei personaggi, smarriti, senza appigli. Sono disposti a spingersi oltre ogni limite pur di salvarsi, prigionieri della loro solitudine e della loro miseria interiore».

Beatrice Fiorica viene definita una "Medea dei nostri tempi". Quale tipo di figura femminile ha voluto costruire attraverso la sua interpretazione?

«Una sorta di femminista ante litteram: una donna che si ribella, che rifiuta di tacere e si espone con coraggio, anche a costo del disonore. Beatrice rivendica i suoi diritti di moglie e di essere umano, ma alla fine viene annientata da una verità finta, costruita per tutelare l'apparenza. È una figura tragica e consapevole: perde, ma lo fa con lucidità e per questo muore dentro. In questo risiede la sua profondità drammatica»


Pirandello viene descritto come "spaventosamente vicino a noi". Quali temi o dinamiche del suo teatro le sembrano ancora profondamente attuali?

«Pirandello, come ogni grande autore, affronta temi universali, senza tempo. Ci mostra quanto quella che chiamiamo "vita civile" sia spesso strutturata in modo ipocrita. Le regole sociali, se da un lato ci consentono di vivere insieme, dall'altro ci costringono a indossare maschere, a mentire, ad adattarci. Pirandello ci mette davanti a queste menzogne quotidiane, smascherandole con impietosa lucidità proprio servendosi del teatro».


Il concetto di onore attraversa l'intero spettacolo. Secondo lei, ha ancora senso oggi parlare di "onore" nei termini in cui lo faceva Pirandello?

«Se parliamo di "delitto d'onore", assolutamente no: Pirandello lo denunciava già oltre un secolo fa, e solo negli anni '80 è stato formalmente abolito. Ma il concetto di onore in sé, oggi più che mai, ha un senso profondo. Una persona onorabile, è seria, affidabile, coerente, qualità sempre più rare. Viviamo immersi in una realtà virtuale in cui tutti possono essere chiunque; ma nella vita reale è difficile incontrare qualcuno veramente degno di fiducia».


Nel suo spettacolo i personaggi appaiono come "pupi" freddi, quasi disumanizzati. È una riflessione sulla nostra società digitale e sulla perdita di autenticità?

«Assolutamente sì. Oggi chiunque può reinventarsi online, apparire migliore di ciò che è. Ma questa finzione ci spersonalizza, ci allontana da noi stessi, ci rende omologati. Siamo "pupi" svuotati, che senza un burattinaio non sanno più muoversi. Non emerge nessuna vera individualità, solo la disperazione di chi cerca una via di fuga. Alla fine, questi pupi sono destinati al fallimento, scartati come "nuvole" in una discarica pasoliniana. Solo Beatrice Fiorica e Ciampa ne sono consapevoli. Gli altri restano imprigionati nella loro illusione».


Come ha lavorato con gli attori per affrontare le ambiguità psicologiche e morali dei personaggi?

«Agli attori ho chiesto soprattutto autenticità: essere credibili, vivere questa storia come se fosse la loro. Essenzialità, rigore, niente manierismi. Il dolore in scena dev'essere reale, non simulato. Questo è un testo che va vissuto con intensità: pochi oggetti, un tavolo, e tanto cuore. Le ambiguità morali e psicologiche appartengono a tutti noi: basta saper scavare per trovarle. "Uno, nessuno e centomila" è dentro ciascuno di noi».


Che ruolo ha avuto la luce nella costruzione dell'atmosfera scenica?

«Per quanto riguarda luci e scenografia, ho condiviso a fondo la mia visione con i collaboratori tecnici: un dialogo continuo, profondo, che ha dato forma a ciò che vedrete in scena. Un lavoro collettivo, nato da una visione comune e da tanta passione».


Pirandello scriveva che il teatro va "rinnovato nelle espressioni non più correnti". Quanto sente sua questa visione del teatro come organismo vivo da riplasmare? Qual è la domanda – o il dubbio – che spera rimanga nel pubblico dopo lo spettacolo?

«La sento mia in pieno. Lo diceva anche Eduardo De Filippo, che molto ha ereditato da Pirandello: il teatro dev'essere vivo, pulsante. Un teatro spento, burocratico, è la morte dell'arte scenica. Gli attori devono respirare con il pubblico, creare tensione, presenza, empatia.Quando lo spettatore esce da teatro, non dovrebbe dire solo "mi è piaciuto", ma piuttosto portarsi a casa un dubbio, una ferita, uno sguardo nuovo sul mondo. Mi auguro che questo spettacolo lasci proprio questo: la consapevolezza di quanto possiamo arrivare lontano pur di difendere ciò che abbiamo, ciò che siamo. Una volta Sergio Citti mi disse: "Uno spettacolo non ti deve piacere, ti deve dispiacere". Questa frase ha cambiato il mio modo di fare teatro. È da lì che è nato, per me, il bisogno profondo di dedicarmi a questa forma d'arte».


Spazio Diamante 

Spazio Diamante -via Prenestina 230/B- Roma

13 e 14 Ottobre Ore 21.00

Info e prenotazioni 3395763121 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.



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