


Immaginate la scena: quattro politici alla fermata dell'autobus, tra un manifesto strappato e una buca d'asfalto che ormai ha ottenuto la cittadinanza onoraria. Sì, aspettano. Come noi, come chiunque non abbia un'auto blu o un autista in divisa. È un esperimento mentale, certo; ma proviamo a immaginarli. Il display elettronico lampeggia "Arrivo in 7 minuti", e i nostri onorevoli, per la prima volta, scoprono che a Roma il tempo non è una misura ma un'opinione. Dopo un quarto d'ora, i minuti restano ancora sette: un doppio miracolo della fisica capitolina, e della stabilità, dove il cronometro si piega alla volontà del caos urbano e dove, un mondo in crisi, almeno i minuti dell'ATAC non invecchiano mai. Sarebbe un esperimento sociale meraviglioso, se non fosse la routine di milioni di romani. Gli stessi che ogni giorno, tra un bus fantasma e una corsa saltata, tentano di arrivare in ufficio con la fede di un pellegrino e la rassegnazione di chi sa già che l'autobus tarderà, perché a Roma gli autobus gli unici autobus ad essere sempre in orario sono quelli non in corsa, in transito verso l'invisibile. Eppure, la regolarità del servizio — secondo gli ultimi dati ufficiali — si aggira attorno al sessantasei per cento, una performance che in qualsiasi azienda privata sarebbe sinonimo di bancarotta morale prima ancora che economica.
Ma a Roma no: qui l'eccezione diventa tradizione, e la disfunzione, identità culturale. Le scale mobili si guastano con la puntualità che manca ai mezzi, e gli ascensori della metropolitana, funzionanti solo nel settantatré per cento dei casi, sembrano selezionare casualmente chi merita di salire. È la lotteria della mobilità: biglietto valido cento minuti, ma al tempo stesso anche come test di pazienza, resistenza e filosofia esistenziale.
L'Autorità garante della concorrenza e del mercato, evidentemente meno incline alla poesia, ha aperto un'istruttoria su ATAC per "mancato rispetto sistematico degli obiettivi". Tradotto: i romani sapevano già tutto, ma ora è ufficiale. Nel frattempo, Roma continua a muoversi a rilento, e i cittadini, come comparse di un film neorealista, recitano ogni giorno la scena dell'attesa infinita.
E i nostri quattro politici? Uno cerca di telefonare al ministero, ma la linea cade, ironia della sorte dentro una galleria della metro dove il segnale non arriva. Un altro prova a consultare l'app, che gli comunica lo stesso messaggio del giorno prima: "Servizio momentaneamente non disponibile". La consigliera, più pragmatica, propone di prendere un taxi, ma il senatore si oppone per "coerenza istituzionale". Alla fine, l'autobus arriva: un convoglio affaticato, con l'aria condizionata in sciopero e i sedili che sembrano aver visto più legislature di loro.
Forse, se i politici romani prendessero davvero i mezzi pubblici, scoprirebbero la differenza fra la città disegnata nei piani di mobilità e quella vissuta tra le fermate. Capirebbero che un ritardo di venti minuti non è solo un disagio, ma una mancanza di rispetto verso il tempo dei cittadini. Che un ascensore guasto non è un dettaglio tecnico, ma una barriera sociale. E che dietro ogni "arrivo in 7 minuti" c'è un elettore che non crede più alle favole di un libro che viene aperto in prossimità di ogni elezione.
Finché la politica continuerà a viaggiare in corsia preferenziale, Roma resterà ferma alla solita fermata: quella di una realta totalmente carente e disorganizzata. "Sette minuti", dicono a volte i cartelloni digitali. A Roma, però, sette minuti sono un concetto filosofico: tu non lo sai, ma nel frattempo che eri alla fermata è nata un'altra generazione… e probabilmente anche il loro autobus è ancora in ritardo.