Image

VOCE VERA MAGAZINE, un progetto con un chiaro obbiettivo di offrire notizie vere, libere da influenze politiche, e coprire una vasta gamma di argomenti, tra cui attualità, moda, scienza, salute, spettacolo, viaggi e cultura. Una varietà di contenuti che ci rende un potenziale punto di riferimento per un pubblico ampio e diversificato. Indipendenza e trasparenza come valori fondamentali per la comunicazione!

Entra e iscriviti ai Canali preferiti per ricevere una notifica quando viene pubblicato un nuovo articolo.

«Nazarena»: la memoria diventa racconto. Intervista all'autrice Simona Santanocita

Dietro ogni famiglia si nasconde una storia che aspetta solo di essere raccontata. A volte, queste storie attraversano le generazioni come fili sottili e resistenti, capaci di unire passato e presente con la forza delle emozioni. Nazarena, il racconto breve scritto da Simona Santanocita, giornalista e scrittrice sensibile e attenta alla memoria femminile, nasce proprio così: da una confidenza, da una voce dolce e antica, quella di sua nonna, che le ha affidato un pezzo di vita vissuta, custodito per decenni nel silenzio.

Un racconto intenso e delicato, ambientato nei primi del Novecento, che intreccia l'amore romantico e quello filiale, su uno sfondo storico di sacrifici e trasformazioni. La protagonista è una giovane donna capace di sfidare le convenzioni dell'epoca, seguendo il proprio cuore fino a dare alla luce Nazarena, la bambina che diventerà simbolo di un amore coraggioso e non convenzionale.

Hoincontrato l'autrice per parlare del processo creativo, del legame personale con la storia e del potere della memoria.

Il racconto Nazarena ha radici molto personali. Come è nato il desiderio di metterlo per iscritto?

«Tutto è nato durante una notte d'inverno, mentre ascoltavo mia nonna raccontare una storia che aveva custodito per gran parte della sua vita. Era la sua storia e quella della nascita di Nazarena, mia zia. Una narrazione forte, piena di emozioni, scelte difficili e amore. L'ho sentita come un'eredità non solo familiare, ma anche femminile, e ho capito che doveva diventare racconto».

Nazarena dà il titolo al racconto, ma non è la protagonista. Come mai questa scelta?

«Perché Nazarena rappresenta il senso ultimo della storia. È il frutto di un amore che ha sfidato le regole, che ha chiesto sacrifici ma ha anche generato vita. Dare il suo nome al racconto è stato un modo per sottolineare che, a volte, i gesti più silenziosi come mettere al mondo una figlia in un contesto difficile, hanno il potere di cambiare tutto. Nazarena è il simbolo della forza nascosta delle donne».

Che immagine ha voluto restituire della figura femminile al centro del racconto?

«Una donna autentica, forte ma vulnerabile, capace di amare profondamente e di fare scelte difficili senza perdere dignità. Non volevo idealizzarla, ma mostrarla nella sua interezza: con i suoi dubbi, le sue paure, e la sua straordinaria determinazione».

Ambientare la storia nei primi del Novecento ha richiesto molto lavoro di ricerca?

«Abbastanza. Anche se conoscevo alcuni dettagli grazie ai racconti di mia nonna, ho voluto approfondire il contesto storico e sociale: i costumi, le condizioni di vita, le norme morali dell'epoca. Era fondamentale per me che il lettore potesse immergersi davvero in quell'atmosfera, percepirne le sfumature e comprendere il peso delle scelte della protagonista».

Come ha vissuto la trasformazione di un ricordo familiare in una storia narrativa?

«Con grande rispetto. È stato come maneggiare una reliquia: avevo paura di rovinarla, di tradire lo spirito con cui mi era stata consegnata. Ma nello stesso tempo sentivo la responsabilità e il desiderio di darle voce. Scrivere è stato anche un modo per restituire valore a quelle storie che rischiano di perdersi nel tempo».

Qual è la scena che più la emoziona ancora oggi?

«C'è un momento in cui la protagonista, mia nonna, impazzisce ed eplode letteralmente dal dolore. È uno di quei passaggi che dicono tutto senza bisogno di parole. Ogni volta che rileggo quella scena, sento la presenza di mia nonna accanto a me».

Che reazioni ha ricevuto da chi ha letto il racconto?

«Tante persone, mi hanno detto di aver ritrovato qualcosa delle loro famiglie: una storia simile, una nonna che non parlava mai, una madre che ha fatto sacrifici. Questo mi ha fatto capire che, pur essendo una storia personale, Nazarena tocca qualcosa di universale: la trasmissione dell'amore e della memoria tra generazioni».

Sta pensando di proseguire su questa strada narrativa?

«Sì, ho raccolto altri racconti familiari, miei e altrui. Mi interessa molto questo punto d'incontro tra il vissuto e la narrazione. Le storie "minori", quelle che non finiscono nei libri di storia, spesso sono le più potenti. E io voglio continuare a dare loro voce».



Stampa
Image
Ergonet-300x250-animated/
Image
Image