Io in questo quartiere ci sono nato e ci ho passato una vita.
Quando penso a Via dei Gonzaga, non penso semplicemente a una strada. Penso alle persone. Penso alle voci, alle serrande che si alzavano la mattina, ai saluti tra una bottega e l'altra, a chi si fermava a parlare anche quando non aveva niente da comprare.
Perché una volta Via dei Gonzaga era così: era viva.
La vita del quartiere cominciava già dall'incrocio con via Bravetta e via della Pisana e poi andava avanti, negozio dopo negozio, fino a diventare un lungo percorso fatto di persone che si conoscevano tutte o quasi.
Oggi, quando ci passo, faccio fatica a riconoscerla.
Vedo tante serrande abbassate, attività che hanno chiuso una dopo l'altra, negozi che non sono più stati riaperti. E mi chiedo come si possa dire che il quartiere sia migliorato.
Non voglio fare polemica con nessuno; ma chi, come me, questa strada l'ha vissuta per tanti anni, certe differenze le vede e soprattutto le sente.
Perché non è nostalgia.
La nostalgia è ricordare il passato con il desiderio di tornarci. Io invece vorrei soltanto che si guardasse in faccia la realtà e ci si chiedesse se non sia possibile fare qualcosa per ridare vita a una strada che un tempo aveva un'identità così forte.
Perché veder morire lentamente una via che era piena di colore, di attività e di persone, fa male.
E allora mi viene naturale tornare con la memoria a quando bastava fare una passeggiata lungo Via dei Gonzaga per incontrare moltissime persone.
Partendo dall'incrocio, c'era la Sora Giulia, con il suo chiosco che vendeva la grattachecca, e poi Romoletto, il giornalaio, che conosceva praticamente tutti e metteva da parte figurine, giornaletti, fumetti e ogni piccola cosa che i ragazzi del quartiere aspettavano con impazienza. Romoletto era molto più di un semplice giornalaio: era un punto di riferimento, uno di quei negozianti che sapevano cosa cercavi ancora prima che tu lo chiedessi. Di fronte c'era la merceria e negli anni successivi il bar.
A seguire sul lato destro c'erano la Pasticceria Valori, la lavanderia di Vanda e accanto il negozio Verde Età di Lina Subrizi. Sul lato sinistro invece a partire dall'ingresso della Via, dopo il bar, c'era Castore e, ancora, il mobilificio di Milena Montozzi. Una pesona quest'ultima speciale, capace di portare allegria ovunque andasse.
Nel suo lavoro metteva passione, gentilezza e voglia di fare. Era una donna gioiosa e divertente
Montozzi era fra l'altro uno di quei negozi che, nel tempo, era diventato parte parte del lessico familiare. Nella mia famiglia, quando si giocava a carte a Natale, l'asso di bastoni veniva chiamato proprio "Montozzi". Uno diceva Montozzi e tutti capivano.
E questo lascia intendere quanto un negozio potesse entrare nella vita di una famiglia.
Poco più avanti sul lato destro c'era poi la profumeria e la pizza a taglio e, ancora, Colomba il fruttivendolo, di seguito un negozio di oreficeria e giunti alla piazza Miranda, negozio di abbigliamento. Sul lato parallelo partendo dalla stessa altezza si incontrava invece il negozio di Massimo il ferramenta, oggi ancora in attività grazie alla figlia e, accanto, un altro negozio di abbigliamento:Serini.
Poi si arrivava alla nostra piazzetta. La chiamavamo semplicemente così, la piazzetta e non Piazza dei Visconti, e lì c'era il mercato.
Un mercato vero, con i banchi aperti, pieni di gente.
Sul lato destro della piazzetta c'era Songini, il negozio di alimentari. Invece oltre la piazzetta su Via dei Feltreschi c'era la pelletteria di Ida e poi il Bar Primavera, che ancora oggi è lì ed è, a tutti gli effetti, una delle istituzioni del quartiere. Quante persone sono passate da quel bar, quante chiacchiere, quanti incontri.
Riprendendo poi oltre la piazza Via dei Gonzaga, c'erano un negozio di casalinghi, il Pulcino, che vendeva abbigliamento e merceria e ancora un'altra profumeria, oggi diventata un negozio di abbigliamento e, accanto Dragoni il negozio di calzature che ha chiuso più di cinquant'anni di attività. Cinquant'anni. Una vita intera e, quando chiude un negozio che è stato lì per mezzo secolo, non chiude soltanto una serranda. Se ne va un pezzo del paesaggio umano che abbiamo conosciuto.
Più avanti c'erano il sarto, la bisca di Romano e, sul lato sinistro, la cartolibreria di Cinella, il fruttivendolo con Roberta, Elena e Franco, il vinaio che vendeva anche molti prodotti alimentari, Costanzo il macellaio, il tabaccaio e il baretto. Ancora più avanti c'era il negozio di Cesarina, quello dove si trovava praticamente tutto per la casa.
Poi l'osteria, il supermercato, il carrozziere e, di fronte, il Piffero. Il mitico meccanico di motorini della zona. Io dal Piffero ci andavo spesso, perché con il mio motorino bucavo una gomma un giorno sì e l'altro pure!
Sono ricordi piccoli, forse, ma sono proprio questi i ricordi che fanno una vita.
Sul lato del meccanico dei motorini c'era anche Franco il fornaio, e accanto la signora Anna, con il suo negozio di abbigliamento.
Ma, a pensarci bene, il quartiere iniziava ancora prima. Lì dove c'è il Fontanone, la Fontana del Sole: c'era Pippo il cocomeraro e c'erano Franco l'orefice, il pizzicagnolo, Michele Marini il negozio di alimentari e, il negozio di calzature Cera.
Io quando penso a tutto questo non penso alle insegne, penso alle persone che stavano dietro a quelle insegne, perchè molti di loro si conoscevano da sempre. Alcuni erano amici da ragazzi, altri erano cresciuti insieme, altri ancora avevano semplicemente passato una vita a pochi metri di distanza.
Si conoscevano fra loro i commercianti, si conoscevano le famiglie, si conoscevano i clienti: non era raro infatti entrare in un negozio e sentirsi chiamare per nome.
Questa era la vera ricchezza di Via dei Gonzaga.
Non erano soltanto le attività commerciali. Era il rapporto umano che si era costruito intorno a quelle attività.
Per questo oggi, quando vedo una serranda chiusa, non penso soltanto al negozio che non c'è più.
Penso alla persona che per trent'anni, quaranta, cinquanta anni, quella serranda l'ha alzata ogni mattina.
Penso alle generazioni che ha visto passare.
Penso alle amicizie, alle discussioni, alle battute, ai saluti, alle piccole storie quotidiane che si sono consumate davanti a quelle porte.
E allora voglio dire grazie a tutti loro.
Grazie a Romoletto, a Milena Montozzi, a Cera, a Massimo, a Ida, a Subrizi a Songini, al Piffero, a Dragoni, a Costanzo, a Franco, a Roberta ed Elena con Franco, a Michele, ad Anna e a tutti quelli che ho ricordato e anche a quelli che, magari, la memoria oggi mi fa dimenticare.
Grazie per aver contribuito, senza forse rendervene conto, a dare un'identità a questo quartiere.
Oggi quella stessa strada sembra aver perso qualcosa e non basta dire che i tempi sono cambiati. I tempi cambiano, è vero; ma una comunità può anche decidere se lasciarsi andare o provare a reagire, perché una strada senza negozi, senza botteghe, senza persone che si incontrano, senza quella vita quotidiana che una volta riempiva i marciapiedi, rischia di diventare soltanto un luogo dove si passa.
Via dei Gonzaga, invece, una volta era un luogo dove ci si fermava.
Ci si fermava per comprare il giornale, il pane, la carne, la frutta, il vino. Ci si fermava per una riparazione, per un caffè, per comprare qualcosa; ma soprattutto ci si fermava perché si incontrava qualcuno, ed è questo, forse, quello che mi manca di più: non soltanto i negozi. Mi manca quella gente che rendeva la strada una comunità.
Io non so se possiamo tornare a vedere Via dei Gonzaga come allora. Probabilmente no. Ogni epoca ha la sua vita e le sue difficoltà; ma credo che possiamo almeno provare a non perdere definitivamente quello che ancora resta.
E qui vorrei fermarmi un momento per spiegare perché ho voluto raccontare tutto questo.
Io non ho più l'età per poter fare qualcosa di più impegnativo. Non ho più le energie e forse nemmeno la possibilità di dedicarmi a iniziative che richiederebbero tempo, organizzazione e forze che oggi non ho più.
Una cosa però posso farla ancora: posso parlare. Posso raccontare ciò che ho visto. Posso mettere a disposizione i miei ricordi. Posso provare, attraverso queste parole e grazie a una giornalista che ha voluto raccogliere questo mio messaggio, a far arrivare una voce a chi oggi può e deve fare qualcosa.
Non pretendo di avere soluzioni, non voglio insegnare niente a nessuno.Vorrei soltanto che qualcuno si fermasse ad ascoltare.
Perché quando hai visto una strada piena di vita trasformarsi lentamente in una strada abbandonata e degradata, non puoi fare finta di niente e così vorrei almeno contribuire con queste parole.
Se in questo racconto ho sbagliato un nome, confuso una posizione o dimenticato qualcuno, correggetemi e aggiungete i vostri ricordi.
Se avete una fotografia, un aneddoto, il nome di un negoziante, un soprannome, una storia che riguarda quella strada, raccontatela.
Perché questa non è soltanto la mia memoria.
È la memoria di un quartiere e forse, mettendo insieme i ricordi di tutti, possiamo far rivivere, almeno per un momento, quella Via dei Gonzaga che abbiamo conosciuto: una strada piena di gente, di colori, di voci e, soprattutto, di vita. Una strada che aveva un'anima e che, forse, se tornassimo a prendercene cura, potrebbe ritrovare almeno un po' di quella vitalità che la rendeva così speciale.