By Nicolas Nicolai on Mercoledì, 28 Gennaio 2026
Category: Attualità

Quando l’UE decide cosa mangiamo: l’identità italiana in pericolo

L'Italia è universalmente riconosciuta come la patria di una delle cucine migliori al mondo. Non è un'opinione, ma un fatto: il 10 dicembre 2025, l'UNESCO ha ufficialmente iscritto la cucina italiana nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità. Eppure, proprio mentre questo riconoscimento si consolida, l'Italia sembra accettare in silenzio trasformazioni profonde imposte da accordi europei che incidono direttamente su ciò che mangiamo, su come viviamo e, più in generale, su chi siamo.

Prendiamo per esempio le farine di insetti, oggi legali grazie ai regolamenti europei sui cosiddetti "novel foods". Dal 2021, l'UE ha autorizzato prodotti come la larva della farina (Tenebrio molitor), il grillo domestico (Acheta domesticus), la locusta migratoria e l'Alphitobius diaperinus. L'Italia, pur esprimendo forti perplessità politiche e culturali, ha dovuto adeguarsi. Tuttavia, ha imposto regole più stringenti rispetto ad altri Paesi UE, come l'obbligo di etichettatura chiara, la separazione sugli scaffali e l'indicazione visibile della presenza di insetti nei prodotti. Questo dimostra una cosa fondamentale: il cibo italiano è più sicuro non per caso, ma per scelta politica e culturale. Eppure resta un interrogativo: perché un Paese che ha costruito la propria identità sulla qualità, sulla tradizione e sulla filiera corta dovrebbe essere spinto ad accettare alimenti che non fanno parte della sua storia?

Le farine di insetti non sono certo un caso isolato. Negli anni, l'Italia ha dovuto piegarsi a numerose direttive europee che hanno inciso su denominazioni storiche, limiti all'etichettatura d'origine e liberalizzazioni che spesso penalizzano i piccoli produttori. Basti pensare ai vincoli e alle battaglie legali su latte, formaggi e vino, a conferma che spesso i nostri standard di eccellenza devono cedere davanti a regole uniformi che non sempre rispettano le peculiarità italiane.

Il problema non riguarda soltanto l'Europa e le norme alimentari. Negli ultimi anni, infatti, in nome di una malintesa neutralità culturale, si è discusso di rimuovere il crocifisso dagli spazi pubblici, di adattare unilateralmente tradizioni e simboli storici italiani e di ridurre visibilità a ciò che da secoli definisce la nostra identità. Come scriveva Oriana Fallaci: "Un'identità non difesa è un'identità destinata a dissolversi." Parole dure, ma che invitano a riflettere sul confine tra apertura e rinuncia a se stessi.

A queste sfide culturali si aggiungono problemi concreti di sicurezza urbana. Secondo dati del Ministero dell'Interno, alcune aree delle città italiane soffrono di microcriminalità, baby gang, occupazioni irregolari di spazi commerciali e attività economiche informali difficili da controllare. Qui il problema non è l'origine delle persone, ma la mancanza di regole applicate uniformemente. Quando lo Stato arretra, qualcuno avanza, e a pagarne il prezzo sono cittadini onesti, italiani e stranieri.

In tutto questo, gli italiani non rifiutano il cambiamento. Rifiutano di essere spettatori inermi mentre la loro cucina viene snaturata, la loro cultura ridimensionata e la legalità applicata a geometria variabile. Accogliere non significa farsi calpestare in casa propria. L'Italia può e deve rimanere accogliente, ma senza rinunciare a ciò che la rende unica nel mondo. Difendere la propria identità non è estremismo, è semplicemente difendere la propria casa.