C'era un tempo in cui la pubblicità era arte, emozione, racconto. Bastava un jingle o una scena ben fatta per restare impressi nella mente e nel cuore di milioni di italiani. Oggi, invece, sembra che lo scopo principale di molti spot sia farci voltare dall'altra parte... o direttamente spegnere la TV. E il peggio? Che tutto questo avviene puntualmente all'ora di pranzo o di cena, come se ci fosse un piano segreto per rovinarci l'appetito.
Sangue, dentiere ed evacuazioni danno ogni giorno in tv il via al Festival del cattivo gusto.
Non c'è niente di più inquietante di vedere, mentre stai gustando una lasagna, uno spot degli assorbenti con le perdite di sangue. Un linguaggio surreale, per qualcosa di intimo da far diventare retorica spicciola su immagini che raccontano quel che gia si sa. Di certo nessuno pensa che gli assorbenti per il ciclo si usino per tamponare l'energia negativa o per filtrare le emozioni profonde. Per non parlare delle dentiere sbattute in primo piano, con dettagli che nemmeno CSI si sognerebbe di mostrare. E poi ci sono le pubblicità sulle evacuazioni: che sia in forma di sciroppo, supposta, compressa o tisana, il messaggio è sempre lo stesso — "liberati", "vai", "sblocca"… e intanto tu sei lì, con la forchetta in mano e mentre lo spot parla di feci, sangue e fermenti lattici, il tuo stomaco smette di essere un organo e diventa un passivo-aggressivo con la smania di vendetta.
Il capolavoro della demenzialità? Il cartone animato di un fondoschiena (sì, letteralmente un sedere con peluria) che "canta" felice inneggiando ai suoi bisogni fisiologici. Un'idea così sgradevole che anche i bambini cambiano canale.
Ma il cattivo gusto non si ferma. Esiste anche la categoria della pubblicità senza senso, dove nemmeno lo sforzo di raccontare qualcosa sembra presente. Spot scritti forse durante una pausa caffè troppo lunga, che mettono in scena personaggi famosi.
Fra questi l'attore che ride istericamente per una promozione telefonica, con una recitazione così forzata che neanche il pubblico delle comparse applaude più. E pensare che solo pochi mesi fa, la stessa azienda, aveva lanciato uno spot con un altro volto maschile sconosciuto; di una spontaneità che ispirava simpatia e fiducia. Oggi invece, abbiamo solo personaggi che sembrano recitare controvoglia, probabilmente mentre leggono il copione da un gobbo nascosto. E come dimenticare poi lo spot con l'uomo che fa la lavatrice durante una funzione religiosa? Nessun messaggio chiaro, nessuna ironia riuscita: solo una messa in scena talmente ridicola da far rimpiangere i vecchi spot della lavasciuga che almeno ci spiegavano qualcosa.
Per fortuna, c'è chi ricorda ancora la magia di spot iconici, capaci di farci sorridere, emozionare o semplicemente cantare. Chi non ha mai avuto in testa il famoso tormentone "Ciribiribì Kodak", o esclamato almeno una volta "Io non ho mai mangiato Urrà!"?
E che dire della Coca Cola, ma non quella di oggi che copia TikTok: parliamo di quella storica con il ragazzo sull'autobus che canta "Vorrei cantare insieme a voi", un piccolo capolavoro di atmosfera e positività; o lo spot natalizio con l'albero formato dalle persone sulla neve, un esempio di storytelling che scaldava il cuore come un caminetto acceso.
C'erano spot che raccontavano storie, che avevano personaggi ricorrenti, ambientazioni curate, musiche studiate. Anche i tormentoni avevano un senso e una melodia che ti entrava nella testa senza farti venire voglia di spaccare il televisore.
Siamo circondati da pubblicità. Le troviamo ovunque: in TV, su YouTube, nei social, nei podcast, persino nei bagni pubblici. È ormai parte integrante della nostra vita; ma se proprio dobbiamo conviverci, almeno che siano fatte bene. Che tornino a emozionarci, a farci sorridere, a lasciare un segno positivo.
Perché lo spot dovrebbe accompagnare un pasto, non farcelo vomitare. E se proprio vogliono torturarci ogni due minuti con la stessa pubblicità, allora che almeno valga la pena guardarla.