Processato per aver fatto il ministro: il caso Salvini - Open Arms in Cassazione riapre il dossier sull'uso selettivo della giustizia contro i nemici politici.


In uno Stato di diritto, il sistema giudiziario dovrebbe rappresentare l'equilibrio, la misura, la neutralità assoluta rispetto al dibattito politico. Dovrebbe essere, in altre parole, l'arbitro imparziale che vigila affinché le regole vengano rispettate, al di sopra di qualsiasi fazione. Ma in Italia, questa visione sembra spesso tradita da una realtà ben più complessa, in cui il sospetto di un doppio standard, due pesi e due misure, si insinua con preoccupante regolarità.

La storia recente della nostra Repubblica è costellata da casi in cui l'antipatia politica si è trasformata in accanimento giudiziario. Un esempio emblematico, ormai consegnato alla memoria collettiva, è quello di Silvio Berlusconi: oltre trenta procedimenti giudiziari nell'arco della sua carriera politica, con una sola condanna definitiva — peraltro su un caso di natura fiscale. È pertanto lecito domandarsi come avrebbe potuto affrontare un simile calvario giudiziario un normale cittadino, privo delle risorse economiche e mediatiche di cui disponeva il leader di Forza Italia. In ogni caso, quel che resta, al di là delle sentenze, è l'impressione che, laddove non riesce a prevalere sul piano politico, una certa parte trovi nei tribunali l'estensione del proprio conflitto.

Oggi, lo stesso clima sembra riproporsi intorno alla figura di Matteo Salvini. Anche lui, da anni nel mirino di un'opinione pubblica spesso orientata ideologicamente, e da un sistema giudiziario che, pur dovendo agire in nome della legge, pare talvolta agire sull'onda dell'emotività collettiva. Salvini è chiamato di nuovo in giudizio per aver difeso questa è la sua posizione i confini nazionali nella vicenda Open Arms. Per aver sostenuto un'idea di immigrazione regolare, sostenibile, capace di conciliare il diritto all'accoglienza con il dovere di garantire sicurezza, legalità e coesione sociale. Invece, la narrazione che si impone troppo spesso è quella del razzista, dell'intollerante, dell'uomo forte da colpire con ogni mezzo.

Eppure, Salvini ha più volte espresso il suo sostegno ai corridoi umanitari, a un'accoglienza ordinata e dignitosa per chi fugge davvero da guerre e persecuzioni; ma questa parte della sua posizione viene sistematicamente oscurata. E mentre la giustizia torna ad agire nei suoi confronti, altri personaggi, al centro di episodi poco edificanti, godono di immunità parlamentare e di un trattamento mediatico ben più clemente.

La situazione nelle periferie italiane, d'altra parte, è sotto gli occhi di tutti. Zone in cui la presenza dello Stato è sempre più marginale, dove il degrado avanza, la criminalità si diffonde, e le donne non si sentono più libere di uscire che sia di giorno o di sera. Episodi di violenza, aggressioni senza senso, furti, stupri e accoltellamenti, sono diventati parte di un triste bollettino quotidiano. Le guerriglie sotto casa fra bande rivali sembrano divenute ormai la norma. Parlare di sicurezza non dovrebbe essere un tabù, ma una responsabilità. E chi se ne fa carico non dovrebbe essere processato, ma ascoltato.

Non si tratta di elevare un leader sopra gli altri o di scegliere tra schieramenti contrapposti. Si tratta di garantire la credibilità di uno Stato che non può permettersi di usare la giustizia come strumento politico. L'Italia, oggi, con l'attuale governo ha riconquistato un ruolo centrale nello scacchiere internazionale. Basta ricordare il G8, quando leader come Merkel e Sarkozy si permettevano di sbeffeggiare l'Italia in diretta. Una volta Germania e Francia erano i burattinai d'Europa; mentre l'Italia assurgeva ad un misero ruolo di comprimario, spesso guardata con sufficienza non solo da Berlino e Parigi, ma anche da altri partner europei, come un Paese inaffidabile, politicamente instabile e poco incisivo. Oggi, invece, l'Italia è tornata a essere un interlocutore rispettato, capace di esercitare un ruolo preminente nei dossier internazionali, grazie a una ritrovata autorevolezza politica e diplomatica. Eppure, mentre l'Italia si è palesemente riaffermata sul piano internazionale grazie all'attuale governo, all'interno continua a serpeggiare un clima avvelenato. Un clima in cui l'odio politico giustifica qualunque iniziativa, anche quando questa rischia di minare la fiducia nel nostro stesso sistema giudiziario.

La domanda, dunque, resta aperta: è davvero la giustizia a muoversi in nome della legge, o è l'antipatia ideologica che ancora una volta si traveste da imparzialità?