Negli ultimi decenni, l'Italia ha vissuto un lento; ma costante processo di svendita, non solo commerciale ma anche culturale. Un paese che un tempo era, e in parte lo è ancora, il simbolo indiscusso della bellezza, dell'eleganza e del saper fare, oggi continua a cedere pezzo dopo pezzo ciò che lo ha reso grande nel mondo.
Dal punto di vista economico, assistiamo da anni a un progressivo passaggio di mano dei grandi marchi italiani. Aziende nate dalla passione, dall'ingegno e dalla visione di imprenditori che hanno costruito vere e proprie icone del Made in Italy, oggi proprietà di gruppi stranieri. Marchi storici della moda, del design, dell'alimentare e dell'automobile vengono ceduti come semplici azioni finanziare, perdendo così quel legame profondo con il territorio, con l'identità e con la cultura che li aveva resi unici.
Ma la svendita non si ferma ai bilanci societari: tocca anche la lingua, il modo in cui parliamo, pensiamo e ci rappresentiamo. In un'Italia sempre più anglicizzata, termini inglesi come business, meeting, fashion show, event, manager, location dilagano in contesti in cui l'italiano offrirebbe alternative ricche, musicali e precise. L'uso dell'inglese, spesso superficiale e a tratti perfino ridicolo, viene scambiato per modernità;o professionalità; ma in realtà finisce per svilire la bellezza e la potenza della nostra lingua, una delle più raffinate e melodiose del mondo.
Questa deriva culturale si riflette anche nella moda, settore in cui l'Italia ha dettato legge per secoli con la sua eleganza senza tempo, il gusto per il dettaglio, la sartorialità e il rispetto per la forma. Oggi, invece, assistiamo sempre più spesso all'adozione di modelli americani fatti di ostentazione, volgarità e provocazione fine a sé stessa. Palchi calcati in mutande, abbinamenti pensati solo per scandalizzare, rincorse ad una esibizione visiva che sacrifica completamente la grazia, il portamento e la tradizione italiana del vestire bene.
Anche i nostri cosiddetti "vip", invece di essere fieri ambasciatori dello stile italiano, quello vero, fatto di sobrietà, qualità sartoriale, eleganza innata e rispetto per il bello, sembrano fare a gara a chi riesce a copiare meglio la volgarità d'oltreoceano. Non parliamo più di moda, ma di travestimenti per farsi notare. Prendiamo Achille Lauro, che ha fatto della provocazione fine a sé stessa il suo biglietto da visita: apparizioni in mutande, travestimenti da santi, regine o caricature posticce che scimmiottano il gusto più pacchiano, il tutto condito da un'aura trasgressiva che in realtà sa solo di esibizionismo forzato.
E non è solo lui: da Annalisa a Emma, da Elodie a Mahmood, ormai il palco, che sia quello di Sanremo, o di un evento televisivo, è diventato una passerella dove più che vestire bene si punta a spogliarsi meglio. L'intimo viene esibito come se fosse alta moda, mentre l'eleganza, quella vera, scompare sacrificando nel modo più banale il buon gusto sull'altare della visibilità. Il tutto in nome di una modernità che di italiano non ha più nulla. Invece di valorizzare lo stile che tutto il mondo ci invidia, questi personaggi scelgono la scorciatoia del clamore: abiti improbabili, pose studiate per scandalizzare, contenuti vuoti ma visivamente forti. Il risultato? Non brilliamo più, ci mescoliamo alla mediocrità globale, perdiamo quella raffinatezza che per decenni ha fatto sognare Parigi, New York e Tokyo. Ci svendiamo per qualche clic, per un applauso stanco, dimenticando che noi l'eleganza l'abbiamo nel sangue, non su un palco costruito per stupire a tutti i costi.
L'Italia è dentetrice di un patrimonio inestimabile che racchiude ogni forma d'arte. Dovremmo custodirlo, valorizzarlo, difenderlo. Perché ciò che ci rende italiani non ha bisogno di imitare nessuno: è già, di per sé, sinonimo di eccellenza.
Cio non significa essere nazionalisti chiudendo le porte al mondo, ma per ricordare a noi stessi, e al mndo intero, che l'Italia ha già tutto quello che serve per essere ammirata.