Cambiano i programmi, cambiano le reti televisive, cambiano gli anni, ma una cosa sembra rimanere sempre uguale: i protagonisti, sempre gli stessi.

Gli stessi opinionisti chiamati a commentare qualsiasi argomento, gli stessi conduttori presenti in più trasmissioni contemporaneamente, gli stessi attori scelti per fiction, film e programmi televisivi, gli stessi volti che occupano ogni spazio disponibile.

È diventata una sorta di porta girevole dello spettacolo: chi è già famoso continua a ricevere incarichi, mentre migliaia di professionisti capaci restano fuori dalla scena in attesa di una possibilità che spesso non arriva mai.

Non è una questione di negare il talento di chi ha avuto successo. Molte persone note al pubblico hanno dimostrato negli anni professionalità, preparazione e capacità. Ma il problema nasce quando la notorietà diventa un privilegio che si autoalimenta: più sei conosciuto, più lavori; più lavori, più diventi conosciuto. Un meccanismo che rischia di lasciare pochissimo spazio a chi potrebbe emergere.

Perché una persona dovrebbe essere scelta solo perché il pubblico già conosce il suo nome?

Un attore non diventa bravo dopo essere diventato famoso: spesso diventa famoso perché qualcuno gli ha dato prima la possibilità di dimostrare quanto valeva.

Un conduttore non acquisisce carisma soltanto quando appare in prima serata: il carisma può appartenere anche a una persona sconosciuta che non ha mai avuto un'occasione.

Un opinionista non è interessante perché è presente ovunque: dovrebbe essere presente perché ha qualcosa di interessante da dire.

La fama non dovrebbe essere la misura del valore.

Il rischio di questo sistema è evidente: uno spettacolo che continua a pescare sempre dallo stesso gruppo finisce per diventare prevedibile. Il pubblico viene privato della possibilità di scoprire nuovi talenti, nuove personalità e nuovi modi di raccontare la realtà.

Quante persone capaci rimangono invisibili perché nessuno offre loro una prima occasione?

Quanti attori, presentatori, comici e professionisti della comunicazione hanno talento ma non hanno conoscenze, visibilità o il nome giusto da spendere? Il mondo dello spettacolo dovrebbe essere un luogo dove emergono capacità e creatività, non soltanto un sistema dove la popolarità genera altra popolarità.

Anche la pubblicità cade nella stessa trappola, lo stesso discorso vale infatti per gli spot televisivi.Ogni giorno vediamo prodotti presentati da personaggi famosi: attori, influencer, sportivi e volti televisivi. Spesso sembra quasi che un prodotto abbia bisogno di un nome conosciuto per essere credibile.

Ma è davvero così? Se un prodotto è valido, dovrebbe esserlo indipendentemente da chi lo presenta. Una buona idea pubblicitaria dovrebbe funzionare per il messaggio che comunica, non soltanto perché dietro c'è una persona famosa e, soprattutto: perché continuare a pagare cifre importanti a chi ha già successo e spesso dispone già di grandi possibilità economiche, invece di offrire un'opportunità a chi sta cercando di costruirsi un futuro?

Esistono esempi che dimostrano come l'autenticità possa essere più efficace della notorietà. La campagna Dove "Real Beauty", ad esempio, ha scelto di raccontare donne reali lontane dai tradizionali stereotipi della pubblicità, ottenendo un forte impatto proprio grazie alla spontaneità e all'identificazione del pubblico.

Anche molte campagne basate sui contenuti creati dagli utenti hanno dimostrato che una persona comune può comunicare emozioni e autenticità meglio di un testimonial famoso. Il pubblico spesso non cerca soltanto un volto conosciuto: cerca qualcosa in cui riconoscersi.

Dare spazio agli sconosciuti tuttavia non significa eliminare i famosi. Non si tratta di sostituire chi ha già una carriera, ma di evitare che tutto il sistema ruoti sempre intorno alle stesse persone.

Un mondo dello spettacolo sano dovrebbe avere spazio sia per i professionisti affermati sia per chi sta cercando di emergere, perché dietro ogni volto famoso ci sono decine, centinaia, forse migliaia di persone altrettanto capaci alle quali non è mai stata offerta una possibilità. Troppo spesso la differenza fra un grande talento sconosciuto e un nome famoso non è la capacità; ma soltanto una porta che qualcuno ha deciso di aprire.

Continuare ad affidare tutto agli stessi nomi significa concentrare ricchezza, visibilità e opportunità sempre nelle mani di pochi. Dare spazio anche a nuovi professionisti significherebbe invece permettere a più persone di lavorare, crescere e vivere del proprio talento invece di combattere ogni giorno per sopravvivere.

Forse sarebbe il momento di cambiare domanda.

Non chiedersi più soltanto: "Chi è famoso?"

Ma finalmente: "Chi è davvero bravo?"