"Fate prevenzione". È il mantra che ci viene ripetuto ovunque: spot televisivi, campagne istituzionali, medici di base, talk show. Prevenzione come parola magica, come soluzione a tutto. Peccato che, quando il cittadino prova davvero a prevenire, si scontri con una realtà che ha il sapore amaro della presa in giro.
Provate a prenotare una visita specialistica nel sistema sanitario pubblico. Provateci davvero. Scoprirete che la prevenzione, in Italia, ha tempi biblici: mesi, a volte anni di attesa. A cosa serve scoprire una patologia "in tempo" se il tempo non esiste?
E allora viene spontanea anche un'altra domanda: a cosa ci serve la digitalizzazione? A cosa servono i CUP online, le app, i portali regionali, se il risultato è sempre lo stesso messaggio: "prima disponibilità tra 14 mesi"? A cosa serve il progresso tecnologico, a cosa servono macchinari sempre più sofisticati, nuove scoperte mediche, protocolli innovativi, se poi l'accesso alle cure è riservato solo a chi può pagare?
Perché è qui che il sistema mostra il suo vero volto. Se hai i soldi, la visita c'è domani. Se non li hai, puoi aspettare. O rinunciare. E oggi, con il caro vita che divora stipendi e pensioni, rinunciare alle cure è diventata una scelta obbligata per troppi. Anche per esami fondamentali. Anche per patologie gravi. Anche per la prevenzione oncologica, cardiovascolare, diabetologica.
E poi c'è l'ipocrisia dell'intramoenia. In strutture pubbliche, negli stessi ospedali che dovrebbero garantire il diritto alla salute, una visita diabetologica può costare 220 euro. Duecentoventi euro. È così che si intende fare prevenzione? È così che si tutela chi ha una malattia cronica? È accettabile che il confine tra pubblico e privato sia diventato una semplice questione di tariffario?
In alcune realtà, l'intramoenia non è nemmeno un'opzione sostenibile: prezzi fuori dalla portata della maggioranza, mentre il servizio "gratuito" resta un miraggio. Il messaggio è chiaro, anche se nessuno lo dice apertamente: la salute non è più un diritto universale, ma un privilegio economico.
E tutto questo accade sotto gli occhi di tutti. Da anni. Se ne parla in televisione, nei dibattiti politici, nei servizi giornalistici indignati che durano lo spazio di una sera. Poi nulla cambia. Nessun intervento strutturale. Nessuna riforma coraggiosa. Nessuna assunzione massiccia di personale sanitario. Nessun vero controllo sulle liste d'attesa. Solo promesse, tavoli tecnici, parole.
Nel frattempo, i medici e gli infermieri sono allo stremo, i pronto soccorso esplodono, la medicina territoriale è insufficiente, la prevenzione reale — quella fatta di controlli regolari e accessibili — resta uno slogan vuoto. E il cittadino si sente colpevolizzato: "non fai prevenzione", quando in realtà non gli viene permesso di farla.
La verità è scomoda ma evidente: stiamo assistendo a una lenta, silenziosa privatizzazione della sanità pubblica. Non dichiarata, non ufficiale, ma concretissima. Una privatizzazione che passa attraverso l'attesa, la rinuncia, la disperazione.
E allora smettiamola di raccontarci favole. La prevenzione non si fa con gli spot, si fa garantendo accesso. Il progresso non è avere macchinari all'avanguardia chiusi dietro una lista d'attesa di due anni. La sanità non è moderna se lascia indietro i più fragili.
Finché questo sistema resterà così, parlare di prevenzione non sarà altro che una beffa ai danni dei cittadini. Una parola bella, usata male. Un diritto trasformato in lusso.