By Simona Santanocita on Domenica, 05 Ottobre 2025
Category: Attualità

"Italiani in piazza… ma mai per gli italiani"

Il 3 e il 4 ottobre, migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città italiane per scioperare e manifestare solidali con la Palestina. È giusto manifestare contro ogni guerra, è doveroso alzare la voce per le vittime innocenti, ovunque si trovino. Ma c'è un limite che non si può superare: non si può usare la violenza per condannare la violenza. Non si può distruggere ciò che è di tutti in nome di una causa, per quanto giusta la si possa ritenere.

Imbrattare la statua di Padre Wojtyła – un simbolo di pace e dialogo – non è protesta, è vandalismo. Dare fuoco a cassonetti, rompere vetrine di negozi, bloccare servizi essenziali… tutto questo non è manifestare. È rabbia cieca. È sfogo. È ipocrisia.

Ma ciò che colpisce di più non è solo il modo in cui si è manifestato, ma per chi si è deciso di scendere in piazza.

Perché migliaia di italiani si mobilitano con veemenza per popoli lontani, ma non muovono un dito per i problemi che divorano il loro stesso paese?

Da dove è uscita fuori tutta questa energia, questa indignazione, questa fame di giustizia, quando:

Il nostro sistema sanitario nazionale è stato svuotato, fino a diventare oggi una copia sempre più sbiadita del modello americano, dove curarsi diventa un privilegio e non un diritto?

Gli anziani, italiani, con una vita di lavoro alle spalle, continuano ad essere sfrattati e si ritrovano in strada, mentre le case popolari rimangono un miraggio?

Le famiglie con bambini vivono nei dormitori, nei container, o in auto, nell'indifferenza più totale?

I lavoratori vengono chiamati "collaboratori", con contratti usa e getta da 3 euro l'ora, senza tutele, senza prospettive, senza dignità?

I giovani, se non hanno la fortuna di "conoscere qualcuno", vedono le proprie competenze e i propri sogni calpestati da una cultura anti-meritocratica?

Gli invalidi civili ricevono 300 euro al mese. Trecento. Mentre i prezzi esplodono e lo Stato chiude gli occhi?

Molti anziani sono costretti a frugare tra gli scarti dei mercati per mangiare, in un'Italia che si riempie la bocca di parole come "inclusione" e "solidarietà"?

Le scuole cadono a pezzi. Gli asili mancano. Le strutture per anziani sono fatiscenti e senza telecamere. E nessuno muove un dito per i più fragili.

Le accise sui carburanti – che dovevano essere "temporanee" – sono ancora lì, eterne come le promesse non mantenute.

Nessuno ha protestato per gli imprenditori rovinati da errori giudiziari, a cui è stato sequestrato tutto senza possibilità di difendersi e così per i privati cittadini.

Nessuno manifesta per un'Italia che abbandona i suoi figli, i suoi lavoratori, i suoi disabili, i suoi malati, i suoi anziani.

E nessuno, infine, ha avuto il coraggio di scendere in piazza quando si è stati costretti a vaccinarsi per non perdere il lavoro. Dove erano i difensori della libertà?

Sembra che l'italiano medio abbia il cuore sempre pronto per le ingiustizie altrui, ma mai per quelle di casa sua. Come se indignarsi per il vicino fosse più nobile che difendere il fratello. Come se l'empatia avesse bisogno di un passaporto, ma non di una coscienza.

Non si tratta di essere contro le manifestazioni pro Palestina. Si tratta semplicemente di essere coerenti e di chiedersi: perché non manifestiamo mai per i nostri?

Perché nessuno brucia cassonetti per le pensioni da fame?

Perché non si alzano cori per chi muore in lista d'attesa?

Perché non si scende in strada per difendere un futuro che ci stanno portando via pezzo per pezzo?

Forse perché è più facile indignarsi per cause che non ci richiedono nulla, se non un post indignato sui social.

L'Italia però avrebbe bisogno di essere amata davvero e amare significa lottare per migliorare. Non sfasciare. Non incendiare. Non imbrattare.

La rabbia cieca non è rivoluzione. È solo rassegnazione travestita.

E chi "non" manifesta per i propri, non è un attivista. È solo uno spettatore rumoroso.