Ve la ricordate la canzone dello Zecchino d'Oro Il Paese dell'incontrario? Quel Paese fantastico dove tutto succedeva al contrario?
Forse non era una fantasia. Forse era una profezia. Perché quel Paese oggi ha un nome: Italia.
Siamo il Paese che piange perché non nascono più bambini, che parla di emergenza demografica, di futuro a rischio, di pensioni che nessuno pagherà. Poi i bambini nascono e… disturbano. Disturbano in aereo, al ristorante, nel condominio, nei cortili. Un bambino che corre e ride è un problema. Un cane che abbaia per ore, invece, sembra diventato un diritto costituzionale. Il cane può entrare al ristorante, salire sull'aereo, stare ovunque. Il bambino, invece, deve imparare subito una cosa: puoi nascere, ma non disturbare gli adulti.
E siamo talmente diventati il Paese dell'incontrario che mentre chiediamo agli anziani di socializzare, di non isolarsi, di sentirsi parte della comunità, chiudiamo loro i luoghi di aggregazionei. Devono stare in mezzo alla gente, ma senza avere più spazi appositi in cui riunirsi.
Poi ci sono le forze dell'ordine. Le mandiamo a proteggere le nostre strade, le nostre case, i nostri figli. Ma se intervengono, rischiano di finire sotto indagine. Intanto chi delinque viene invece rimesso nella maggior parte dei casi in libertà, o beneficia di libere uscite e ottiene un lavoro alla faccia di chi disoccupato ceraca invano un lavoro e non ottiene nemmeno l'opportunità di un colloquio.
E se un ladro entra in casa tua, attenzione: tu lo devi capire. Devi comprenderne il disagio, la marginalità, la sua situazione sociale. A questo punto manca soltanto che il proprietario gli chieda scusa per aver disturbato il suo ingresso e gli prepari la camera degli ospiti.
Perché questo è uno dei tamnti capolavori del Paese dell'incontrario: la vittima deve comprendere il carnefice.
E mentre un invalido civile è costretto a vivere con somme per cui sarebbe opportuno fargli fare prima un corso di sopravvivenza, lo stesso, così come ogni altro cittadino vede intorno a sé un sistema di prestazioni, contributi e sostegni destinati anche a chi cittadino italiano non lo è, e si domanda: ma io, che ho lavorato e pagato per tutta la vita, quando sono diventato l'ultimo della fila?
Poi provi a prenotare una visita medica nel sistema sanitario pubblico e ti dicono che non ci sono posti; oppure devi aspettare l'anno successivo. Se hai i soldi, vai dal privato. Se non li hai, semplicemente non ti curi. Infiniti spot sulla prevenzione ma senza che la stessa sia resa davvero possibile.
E finalmente arriva l'estate.
Quaranta gradi. Caldo infernale. Ci spiegano che gli alberi sono indispensabili, che servono ombra e verde per combattere le temperature delle città. E cosa fanno? Ovvio li tagliano come a Roma.
Nella capitale, mentre cerchiamo disperatamente un metro quadrato d'ombra, continuiamo a discutere di abbattimenti, potature e cemento mentre Gualty spara gli idranti addosso ai turisti per dimostrare come ha «rimediato» all'abbattimento degli alberi: una scena surreale, con l'acqua che evapora praticamente un secondo dopo aver toccato la cute cosi come l'asfalto.
In sintesi:
Vogliamo più bambini, ma i bambini ci danno fastidio.
Vogliamo anziani meno soli, ma chiudiamo loro spazi di socialità.
Vogliamo sicurezza, ma mettiamo sotto esame chi ci protegge.
Vogliamo tutelare le vittime, ma chiediamo loro di comprendere i delinquenti.
Vogliamo una sanità per tutti, ma solo chi può pagare salta le liste d'attesa.
Vogliamo città più fresche, ma abbattiamo gli alberi.
E allora forse la vera emergenza italiana non è un'altra: l'aver costruito un Paese nel quale tutto ciò che diciamo di voler proteggere finisce per essere ostacolato, mentre ciò che dovremmo combattere trova sempre qualcuno disposto a spiegarci perché dovremmo comprenderlo.