By Simona Santanocita on Mercoledì, 12 Febbraio 2025
Category: Attualità

"Il Burqa visto con gli occhi di un bambino"

In questi anni, sono state numerose le occasioni in cui l'argomento del velo sul volto delle donne di origine islamica è stato oggetto di critiche per ragioni di sicurezza e, a maggior ragione oggi, alla luce di alcuni avvenimenti; ma anche per episodi legati alle reazioni di paura da sempre suscitate nei bambini. E che di burqa o di niqab si tratti, l'effetto di paura rispetto al copricapo che lascia libero solo lo sguardo, è nei più piccoli esclusivamente prodotto dall'impossibilità di vedere per intero il volto di chi gli sta di fronte.

Un timore che prescinde totalmente dai condizionamenti che possono generare le opinioni degli adulti in merito; o dai canonici colori scuri che caratterizzano questo capo d'abbigliamento; ma che sopraggiunge nel momento in cui l'unico vero canale di riconoscimento e di comunicazione con l'altro, simile a sé, viene negato. Un'apprensione che non ha nulla a che vedere con il diverso tipo di etnia, né con il colore della pelle; o con i tratti somatici diversi; quanto con l'espressività del volto, essenziale elemento di comunicazione specie tra persone che non si conoscono.

Un volto può rassicurare nel sorriso, può trasmettere un senso di positività, può manifestare vicinanza nella mimica, può svelare già gran parte di se stesso all'altro. Costituisce in breve il mezzo fondamentale e universale per stabilire un contatto fra gli uomini.

Se ci si sofferma a riflettere, quando un bambino nasce, durante i primi mesi di vita la prima cosa che riconosce e, a cui risponde attraverso il sorriso, è proprio il volto dell'altro, della mamma, del papà, dei fratellini. Questo stesso sorriso lo elargisce in seguito e, a distanza di pochi mesi, anche a volti sconosciuti, di cui comunque a suo modo ne interpreta i lineamenti, sino a giungere ad una fase di preferenza, in cui la sua comunicazione che per tutta la vita continuerà ad avvenire sempre in base all'immagine del volto, diverrà decisamente selettiva. Ecco allora motivata l'ansia dei piccoli nel non poter guardare l'altro in viso, non poterlo valutare, né comunicare con lui attraverso le espressioni che lo caratterizzerebbero in quel particolare momento d'incontro fra sconosciuti.

Un timore innescato dalla preclusione posta da un velo a un primo approccio che possa accompagnare alla conoscenza di un altro simile, per il quale va comunque e sempre insegnato il rispetto per lingua, religione, abitudini e provenienza diversi, ponendo al bambino questi criteri di appartenenza per lui del tutto nuovi, non come ostacoli al riconoscimento, quanto come reciproco arricchimento culturale. Al tempo stesso, questo bagaglio culturale ancora da scoprire, dovrà mantenere viva la sua identità esclusivamente presso il paese d'origine, rispettando totalmente quella in cui viene ospitato.