By Simona Santanocita on Martedì, 10 Marzo 2026
Category: Attualità

Falcone e la riforma della giustizia: una lezione per il referendum

Nel dibattito pubblico che accompagna il referendum sulla riforma della magistratura, previsto nelle date del 22 e 23 marzo, il nome di Giovanni Falcone torna con una frequenza quasi rituale. La sua figura rappresenta uno dei punti più alti della storia repubblicana e della magistratura italiana, e proprio per questo il suo pensiero viene spesso evocato quando si affrontano le grandi questioni che riguardano l'assetto della giustizia. Tuttavia, richiamarsi a Falcone significa assumersi anche la responsabilità di non semplificare il suo pensiero e, soprattutto, di coglierne il metodo: quello di un magistrato che ha sempre affrontato i problemi istituzionali con realismo, senza cedere né ai dogmi né alle contrapposizioni ideologiche.

Falcone non era un riformatore per principio, ma neppure un difensore dello status quo. La sua esperienza nella lotta alla mafia gli aveva insegnato che le istituzioni non possono rimanere immobili, soprattutto quando devono confrontarsi con fenomeni complessi e con le trasformazioni della società. Per questo guardava alle riforme dell'ordinamento giudiziario con uno sguardo pragmatico: ciò che contava davvero non era la conservazione di un assetto formale, ma la capacità della giustizia di funzionare meglio, di essere soprattutto più efficace e più credibile agli occhi dei cittadini.

È in questa prospettiva che si inserisce anche la questione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oggi al centro del confronto politico e istituzionale. Falcone non considerava questo tema un tabù. Non pensava che l'organizzazione della magistratura dovesse essere difesa come un principio intangibile, né che ogni proposta di modifica fosse necessariamente una minaccia per l'indipendenza della giustizia. Al contrario, riteneva che anche l'assetto della magistratura potesse essere oggetto di riflessione e di riforma, purché il confronto avvenisse con serietà e senza pregiudizi.

Il punto decisivo del suo ragionamento riguardava piuttosto l'equilibrio complessivo del sistema. Il magistrato palermitano era profondamente consapevole che il pubblico ministero dovesse restare autonomo e indipendente da ogni condizionamento politico. Questa autonomia rappresenta uno dei cardini dello Stato di diritto e costituisce una garanzia essenziale per l'effettività dell'azione penale. Tuttavia, difendere l'indipendenza della magistratura secondo lo stesso non significava necessariamente ritenere immutabile ogni elemento della sua organizzazione.

È proprio su questo crinale che si colloca il significato della riforma oggi sottoposta al giudizio dei cittadini. Il referendum sulla separazione delle carriere si inserisce in un dibattito più ampio sul funzionamento della giustizia e sul rapporto tra i diversi attori del processo penale. In un sistema che, con la riforma del codice di procedura penale del 1989, ha adottato un modello dichiaratamente accusatorio, la distinzione tra le funzioni dell'accusa e quelle del giudice assume un rilievo sempre più evidente. Il pubblico ministero rappresenta l'accusa, mentre il giudice è chiamato a svolgere il ruolo di arbitro imparziale tra le parti.

Separare le carriere significa rendere questa distinzione ancora più chiara e riconoscibile. Non si tratta di indebolire la magistratura, né di metterne in discussione l'autonomia, ma di rafforzare la percezione di imparzialità del giudice e di definire con maggiore nettezza le responsabilità delle diverse funzioni. In molti ordinamenti democratici questa distinzione è ormai acquisita da tempo, proprio perché si ritiene che la credibilità del processo dipenda anche dalla chiarezza dei ruoli.

La questione, in fondo, riguarda anche il rapporto di fiducia fra cittadini e giustizia. In una società sempre più attenta alla trasparenza delle istituzioni, la separazione delle carriere viene interpretata da molti come un passaggio verso un sistema più comprensibile e più coerente con la logica del processo accusatorio. Un sistema in cui chi accusa e chi giudica non solo svolgono funzioni diverse, ma seguono anche percorsi professionali distinti.

Riletta alla luce di queste considerazioni, la lezione di Falcone appare ancora straordinariamente attuale. Quest'ultimo non ci ha infatti lasciato una formula precostituita per risolvere il dibattito sulla separazione delle carriere, ma ci ha consegnato un metodo di ragionamento. Un metodo che semplicemente rifiuta gli automatismi ideologici e che invita a valutare ogni riforma sulla base della sua capacità di migliorare il funzionamento della giustizia e di rafforzarne l'autorevolezza.

Se questo è il criterio, allora il referendum non può essere ridotto a uno scontro simbolico tra magistratura e politica come sta accadendo. Al contrario deve essere l'occasione per interrogarsi su quale modello di giustizia il nostro paese intenda costruire nei prossimi decenni. In questo senso, sostenere la separazione delle carriere può essere interpretato come un passo verso un sistema più coerente con il principio della terzietà del giudice e con la struttura accusatoria del processo penale.

Ricordare Falcone, oggi, significa quindi anche questo: affrontare le riforme senza paura e senza retorica, con la consapevolezza che la forza delle istituzioni democratiche non risiede nella loro immobilità, ma nella capacità di rinnovarsi restando fedeli ai propri principi fondamentali.