Cinque euro. Bisogna avere il coraggio di scriverlo senza edulcorarlo, senza nasconderlo dietro formule burocratiche, senza parlare genericamente di "difficoltà dell'editoria": cinque euro per un articolo significa che il tempo, la preparazione, la professionalità e la dignità di chi scrive vengono considerati praticamente privi di valore.

E non stiamo parlando soltanto di chi è alla prima esperienza. Parliamo di persone che collaborano per anni con una testata, producono articoli, interviste, inchieste, reportage, conoscono fonti, territorio e mestiere, e continuano a essere pagate come se stessero facendo un favore.

Questa non è gavetta. È precarietà elevata a sistema.

La gavetta dovrebbe servire a entrare in una professione, non a giustificare anni di lavoro sottopagato. Se dopo cinque, dieci anni continui a essere pagato cinque o dieci euro per un articolo, non sei più "in formazione". Sei un professionista che il sistema ha scelto di pagare poco.

E c'è un'altra ipocrisia.

Quando una testata vince un premio, realizza una grande inchiesta o celebra un successo, si ricordano le firme, le redazioni e i vertici. Ma dietro quei risultati ci sono spesso collaboratori esterni che hanno cercato fonti, seguito storie, preso treni, lavorato la sera e consegnato pezzi nei tempi più impossibili.

Quando serve lavorare, esistono. Quando arriva il momento di celebrare, diventano invisibili.

Poi ci si sorprende della crisi del giornalismo.

Da anni si parla di dignità del lavoro, compensi minimi e lotta alla precarietà. Da anni si fanno promesse. E intanto qualcuno continua a essere pagato 5, 10 o 15 euro, quando va benissimo.

Il problema non è soltanto il compenso ridicolo. È averlo normalizzato.

"C'è la crisi dell'editoria" è diventata la risposta universale. Ma la crisi non può essere scaricata sempre sull'ultimo anello della catena. Se una testata non può pagare dignitosamente chi produce i suoi contenuti, deve dirlo. Non può pretendere contemporaneamente qualità, esperienza, tempestività e professionalità a prezzo di saldo.

E la questione diventa ancora più grave quando parliamo di testate che ricevono sostegno pubblico: che senso ha finanziare l'informazione se chi contribuisce a produrla non riesce a vivere del proprio lavoro?

Non è una battaglia contro il giornalismo. È una battaglia per un giornalismo libero.

Perché chi non ha sicurezza economica fa più fatica a dire di no. E un sistema che seleziona chi può permettersi di lavorare sottopagato non premia necessariamente i più bravi: premia chi può resistere più a lungo.

Basta anche con la retorica della passione.

La passione non paga l'affitto. Non paga le bollette. Non paga i contributi. E non può essere utilizzata come ricatto: "Se vuoi davvero fare questo mestiere, devi accettare".

No.

Se ami il giornalismo, hai il diritto di pretendere che il giornalismo rispetti il tuo lavoro.

Perché il paradosso è enorme: il giornalismo racconta ogni giorno lo sfruttamento, la precarietà e i salari da fame. Ma quando lo sfruttamento riguarda se stesso, troppo spesso preferisce abbassare la voce.

Nel 2026 ci sono ancora professionisti che producono informazione per 5, 10 o 15 euro a pezzo, mentre le stesse testate celebrano qualità, prestigio e valore del proprio lavoro.

Non è più tempo di promesse, giustificazioni o rinvii.

Se il giornalismo pretende di raccontare la dignità del lavoro, deve cominciare a difenderla dentro le proprie redazioni.

Perché non si può chiedere credibilità all'informazione mentre si accetta che chi la produce venga trattato come se il suo lavoro non avesse valore.